Rassegna Stampa
24 marzo 2025
Medici, quelle ferie «irrinunciabili» ma non godute che avvelenano
Fonte: ilsole24ore.com
La problematica delle ferie maturate e non fruite al momento della cessazione dal rapporto di lavoro è divenuta una priorità assoluta per i lavoratori interessati, che già devono attendere il Tfr per mesi, e quasi un incubo per le aziende datrici di lavoro. L’impatto finanziario della monetizzazione è stato stimato dall’Anaao-Assomed per i soli dirigenti sanitari in 4 miliardi, pari a 5 milioni di giorni non goduti, e la giurisprudenza è sempre più consolidata nel riconoscere sempre il diritto alla indennità sostitutiva, salvo casi limitati e a condizioni ben precise. Il personale coinvolto è soprattutto quello sanitario per la evidente e sempre crescente difficoltà a poter fruire regolarmente e correttamente dei giorni di ferie spettanti a causa della perdurante carenza di personale. Ma la questione riguarda indistintamente tutto il personale, tanto che una delle più recenti pronunce si riferisce a un dirigente amministrativo (Corte di Cassazione, sezione lavoro, ordinanza n. 5496 del 2 marzo 2025).
Una vicenda pluridecennale
Le vicende storiche della monetizzazione sono note e si possono schematicamente così riassumere. Fino al 1995, cioè all’inizio della contrattazione collettiva nel pubblico impiego, la possibilità di monetizzare le ferie era sconosciuta e quelle non fruite andavano di fatto perse, salvo isolate pronunce del giudice amministrativo allora competente. Con i primi contratti collettivi sono state inserite norme di ispirazione civilistica che riconoscevano il diritto a certe condizioni: in particolare “per esigenze di servizio o per cause indipendenti dalla volontà del dirigente”. Dopo alcuni anni tuttavia – anche a causa di una gestione confusa e di molti equivoci “ideologici” sulle norme – il legislatore è entrato pesantemente nel merito vietando la monetizzazione nell’ambito della cosiddetta “spending review” con l’art. 5, comma 8, della legge 135/2012.